Il capoluogo

LA STORIA DEL CAPOLUOGO

Ecco Capaccio Capoluogo:

capacciocampanile4Capaccio è uno dei comuni più importanti della provincia di Salerno, per estensione, risorse agricole, turismo, attività commerciali. La particolare posizione geografica, le permette di dominare la piana dei templi di Paestum, offrendo un’ottima vista panoramica di tutto il golfo di Salerno. Il centro storico conserva stabili di grande valore storico monumentale, artistico ed architettonico. Giardini e portali ben preservati sono un patrimonio artistico di grande attrazione. Il centro storico del Capoluogo rappresenta una grande attrazione turistica anche con la presenza del “Museo Gran Tour” presso l’antico stabile del Convento Francescano.

Nella zona denominata Capaccio Vecchia (« Civitas Caputaquae, Caputaquensis »), la cui storia risale alle origini medievali, ancora oggi è ben preservato il “Castello medievale” di origini Longobarde. La funzione del castello era telefono di segnalazione per le escursioni saracene. Secoli fa vi fù costituito il centro abitato; qui è possibile trovare ancora alcuni resti delle civiltà antiche, vi fu costruito il santuario della Madonna del Granato. Secondo alcune ipotesi la nascita di questo insediamento e dovuta alla migrazione degli abitanti della piana del sele che si ritirarono sul monte calpazio per proteggersi dalle invasione saracene, e dalla malaria (880 DC).

Altre ipotesi invece documentano l’esistenza di un insediamento già nel 794 DC, in quanto il luogo allora conosciuto come Caputaque, era citato in alcuni documenti ufficiali dell’epoca. Le ipotesi più attendibili invece attestano l’emigrazione degli abitanti di Paestum, in cerca di un luogo più sicuro e che offrisse loro una vita migliore. I Pestani quindi si stabilirono in un sito già esistente, ma di poca importanza fino ad allora. Anche se di superfice nettamente minore a quella di Paestum, questo luogo offriva un buon riparo dalle invasioni saracene, in quanto, situato sul monte Calpazio, e non visibile dalla pianura. La città venne fortificata con delle mura, concentrate sopprattutto a sud-ovest della città, e in parte ancora conservate. Torri e mura erano installate anche a nord e ad est ma di minore importanza in quanto la posizione geografica non permetteva un facile accesso alla città. Il problema dell’acqua venne risolto con la costruzione di cisterne di mattoni, le quali consentivano la raccolta dell’acqua piovana e la graduale diffusione. Le cisterne (di costruzione romana) sono in parte ancora visibili. Per quanto riguarda l’etimologia del termine Capaccio, si deve la sua origine a Caput Aquae, in quanto Capaccio era il capo dell’acquedotto che portava l’acqua a Paestum.

STEMMA

Lo stemma del comune di Capaccio lo troviamo scolpito in pietra in più luoghi del centro storico. Il più antico, della prima metà del 600, è collocato sul portone d’ingresso al chiostro del Convento Francescano, che agli inizi del secolo fu anche Sede Municipale. Il gonfalone fu smarrito per cui, poichè un’insegna araldica ha senso solo se si aggancia al passato, è stato necessario ricercarne il modello in antichi monumenti. L’allusività delle figure, è sicura, ma il loro significato è incerto, così le torri, specialmente se collocate su un monte, indicano dominio e, poichè Capaccio era una contea, possono alludere ai tre centri abitati su cui il dominio del conte si estendeva:

- Capaccio Vecchio – Torre centrale e Maggiore

- Attuale Capaccio

- Albanella

La luna così rappresentata si chiamava Montante, (la luna che cresce), accompagnata da una stella che in araldica è quasi sempre Venere (la stella d’Italia).

Esse alludono a quel periodo dell’anno in cui, nelle prime fasi lunari, tramontano quasi insieme e annunziano la primavera, il che non è costituito da una cinta con cinque torri. Secondo vaghi ricordiera di colore rosso, con il campo azzurro e le figure dorate.

Ricerche storiche:

SCAVI MEDIEVALI IN ITALIA

Notizie preliminari

SCAVI MEDIEVALI A CAPACCIO VECCHIA (PROV. SALERNO)

Capaccio Vecchia è oggi una località rurale a 40 Km. a sud di Salerno, adagiata sul versante settentrionale del Monte Calpazio che discende sulla piana del Sele, fronteggiando Eboli. Ad occidente, sotto lo strapiombo del monte, la piana arriva al mare dove sorgono i templi di Paestum.

Il sito è ancora segnalato da due monumenti perfettamente in vista: un castello di rilevanti dimensioni con strutture che giungono al XV secolo intorno a una torre quadrata di epoca longobarda1 e una chiesa, dedicata alla Madonna del Granato, che sotto rifacimenti e tompagnature ottocentesche cela probabilmente una struttura medievale, e nel granato conserva, cristianizzato, un antichissimo attributo dell’Hera argiva venerata appunto nella piana del Sele. Fra questi due poli si stendeva la città medievale di Capaccio (« Civitas Caputaquae, Caputaquensis »), sede dal IX secolo del vescovo e della popolazione di Paestum fuggiti ai Saraceni ed alla malaria; residenza nell’XI di un principe di Salerno; « oppidum munitissimom » di Lainulfo d’Alife nel XII; centro della rivolta baronale contro Federico II nel 1246; distrutta in punizione dall’imperatore, poi utilizzata, ma, secondo le fonti scritte, solo come fortezza durante la Guerra del Vespro, dagli Angioini di Napoli. Si tramanda infatti che dopo la distruzione di Federico il sito fosse abbandonato dalla popolazione urbana, trasferita nell’insediamento che è oggi la nuova Capaccio, 7 Km. più a sud. Effettivamente l’area della città medievale è oggi coperta dalla macchia e dalle colture agricole, fra le quali emerge però ancora, e dove è crollata ha lasciato tracce inequivocabili di sé, I’intera cinta muraria, collegata col castello ed aperta da almeno due porte; altri ruderi, di minor mole e significazione, si sono conservati soprattutto nella zona incolta.

La fortunata situazione di un insediamento cittadino medievale, abbandonato e perciò facilmente agibile per l’esplorazione archeologica, ha suggerito di iniziare da esso un lavoro di ampie prospettive che mira ad acquisire conoscenze e materiali nuovi nell’ambito della vasta problematica storico-culturale offerta dal fenomeno urbano in Campania durante il Medioevo. Sfruttando l’opportunità del sito si spera di porre le basi metodologiche e tipologiche per più ampie esplorazioni, oltre che per un riesame dei materiali medievali già noti, ma al di fuori di qualsiasi contesto, soprattutto stratigrafico.

L’Istituto di Filologia e Storia Medioevale dell’Università di Salerno diretto dal prof. Nicola Cilento, da cui parte l’iniziativa ,ha stipulato un accordo di collaborazione pluriennale con l’Istituto di Storia della Cultura Materiale dell’Accademia delle Scienze polacca diretto dal prof. Witold Hensel, onde ottenere la partecipazione ai lavori di archeologi polacchi specializzati nelle ricerche medievali, e potere usufruire di un’esperienza già ampiamente consolidata sia nel metodo dello scavo che nell’elaborazione dei reperti.

Nel settembre del trascorso 1973 si è così potuta compiere la prima campagna di scavo, finanziata dal C.N.R. e dall’Università di Salerno. Hanno partecipato dalla parte polacca gli archeologi professori Stanislaw Tabaczynski ed Eleonora Tabaczynska con funzioni di direzione dei lavori; dalla parte italiana il prof. Paolo Delogu, l’architetto Paolo Peduto, la dott. Gabriella Maetzke, i disegnatori proff. Virginio Quarta, Franco Muollo, Michele Sabino, ed un gruppo di studenti dell’Università di Salerno. La Soprintendenza alle Antichità di Salerno ha cortesemente fornito alcuni dei suoi operai specializzati.

Lo scavo fu preceduto dal rilevamento topografico di tutti i ruderi emergenti e da esplorazioni superficiali che resero molto materiale ceramico e un denaro d’argento di Giovanna I di Napoli.

Nella prima campagna, la cui durata è stata—per ragioni di forza maggiore— relativamente breve, si è mirato soprattutto ad acquisire dati sulla consistenza della stratigrafia in punti differenti del sito, il cui interesse risultava dalla posizione topografica e dal rapporto con le strutture emergenti.

Si sono pertanto aperti 4 quadrati della consueta dimensione di m. 5 x 5 nella zona immediatamente ad est delle absidi di Santa Maria del Granato, ove più significativa appariva la presenza dei ruderi, associati ad una cisterna di fattura accurata con le pareti foderate di coccio pesto. Dallo scavo sono emerse, a profondità variabili fra i 30 ed i 150 cm., i residui di strutture murarie impostate sulla roccia con allineamenti che in parte corrispondono, in parte differiscono da quelli delle strutture affioranti. In questo settore il risultato più immediato è stato la constatazione della probabile esistenza di un insediamento d’epoca postmedievale. Sembra perciò da rivedere tutta la tradizionale cronologia e la tesi dell’abbandono del sito dopo la distruzione federiciana. La prosecuzione del culto nella chiesa del Granato, che tra l’altro occasionò nel secolo scorso i restauri del tempio e l’erezione di un rilevante complesso canonico, poté determinare anche precedentemente la prosecuzione di un insediamento locale impostato su quello più antico. E di quest’ultimo è dubbio se risalga solo al Medio Evo o non rimonti anche più indietro. Risposte potranno venire, oltre che dallo studio delle abbondanti ceramiche anche da un’esplorazione archeologica della stessa chiesa, che appare la chiave per l’interpretazione di tutto il sito.

In epoca piuttosto recente la zona fu livellata con riporti di terra nell’intento di impiantarvi colture agrarie. Di conseguenza il materiale ceramico, sempre molto frammentario, anche ad una certa profondità può appartenere ad epoche relativamente recenti. In una fossa curiosamente sigillata da un sottile strato della roccia localmente chiamata « figliarola », di natura sedimentaria, è stato trovato un complesso molto omogeneo di ceramiche dall’impasto fine e forme eleganti, che costituisce il reperto più interessante. Il materiale numismatico, scarso, è compreso tra un bronzo di Vespasiano ed un cavallo di Ferdinando I di Napoli. Frammenti di vetro e chiodi da costruzione sono comparsi con relativa frequenza.

capacciovecchioContemporaneamente si è eseguito un sondaggio nella zona compresa entro l’angolo nord-est delle mura, più bassa di circa trenta metri rispetto alla precedente, limitata a sud da una scarpata gradiente verso le pendici della collina, con tracce di mura di abitazioni ancora chiaramente leggibili. Pianeggiante e caratterizzata dalla presenza di un pozzo ancora in funzione situato press’a poco al suo centro, la zona presenta nel primo metro di profondità una stratigrafia sconvolta dall’impianto di viti; tuttavia il sondaggio, di m. 4 x 2 portato fino al suolo vergine per una profondità di circa 2 metri, ha permesso di constatare l’importanza del sito per l’abbondanza del materiale rinvenuto, soprattutto ceramico e la presenza di successivi livelli di vita, testimoni di insediamenti che, per questa parte dell’abitato, si presentano ben differenziati strutturalmente. Tra le monete, molto interessante un bronzo bizantino di Costantino VII e Zoe (913-919) rinvenuto in associazione con ceramica, per lo più comune acroma, esteriormente abbastanza omogenea. Tra li altri livelli, uno era caratterizzato dalla presenza di scorie di lavorazione del metallo unite a legno di faggio carbonizzato E possibile che ci si trovi davanti ad un luogo di produzione metallurgica, di cui non sono però ancora chiare caratteristiche e finalità.

Grazie a queste limitate esplorazioni iniziali, è stato confermato l’interesse archeologico dell’intero sito e sono state individuate le zone di maggiore interesse, ove si concentreranno le ricerche della prossima campagna di scavo, prevista per il mese di Settembre 1974.

MISSIONE DI ARCHEOLOGIA MEDIEVALE DELL’UNIVERSITÀ Dl SALERNO